Quando Repubblica criticava/difendeva Falcone

Se ne parla da giorni di quell’articolo firmato da Sandro Viola che, nel gennaio 1992, definì Giovanni Falcone un “guitto televisivo“. Ciro Pellegrino di Fanpage.it ha recuperato l’articolo originale dagli archivi dell’Emeroteca Tucci di Napoli.

Era il 9 gennaio 1992:

Dalle stesse colonne, riporta Pellegrino, il giorno dopo arrivò il sostegno di Giuseppe d’Avanzo. “Non ha mai avuto una vita facile e anche stavolta c’è chi farà di tutto per rendergliela difficile”. A seguire l’articolo di d’Avanzo.

la Repubblica – Venerdì, 10 gennaio 1992 – pagina 8
di GIUSEPPE D’ AVANZO

IL NUOVO ANNO GIUDIZIARIO
COSSIGA E LO ZAR ANTIMAFIA

Un consigliere del Presidente al Viminale? Mentre Falcone è senza avversari per la Superprocura al ministero degli Interni si sta combattendo una battaglia senza esclusione di colpi. ‘ Dimezzati’ i poteri di Parisi? Le vere ragioni del dissidio tra il capo dello Stato e il ministro Scotti. Il presidente sollecita la nomina del suo collaboratore a capo del Dipartimento della Sicurezza pubblica, e in quanto tale unica autorità di coordinamento delle tre forze dell’ ordine. Calabrese, 58 anni, è stato ‘ braccio destro’ di Zamberletti e dell’ Alto Commissario De Francesco.

ROMA – Giovanni Falcone, direttore degli Affari Penali al ministero di Grazia e Giustizia, è senza avversari. Vincenzo Parisi, capo della polizia, è in difficoltà. Enzo Mosino, oggi responsabile della sicurezza di Francesco Cossiga, è in promettente e sponsorizzata ascesa. I “capitani” della squadra antimafia potrebbero cambiare presto. Molto presto. Al termine di una battaglia senza esclusione di colpi che già si sta giocando tra le quinte e, a giorni, si giocherà alla luce del sole. Unico candidato Giovanni Falcone è in “pole position” per la responsabilità di Superprocuratore. Di fatto, unico credibile candidato all’ incarico. In via Arenula, al ministero di Grazia e Giustizia, dove l’ ex-procuratore aggiunto di Palermo è oggi l’ ascoltato direttore degli Affari Penali, non si meravigliano della sua scelta. Dicono: “Se non avesse presentato la domanda avrebbero detto: ecco, Giovanni Falcone rinuncia alla trincea, preferisce la comoda e potente poltrona del ministero, il suo ruolo di consigliere del re. Ora che l’ ha presentata, diranno: ecco, Giovanni Falcone è pronto a indossare il ‘ vestito’ che Martelli ha confezionato apposta per lui”. Non ha mai avuto vita facile e anche stavolta c’ è chi farà di tutto per rendergliela difficile, ma Giovanni Falcone ha fatto quel che doveva fare. Più che una sua possibilità, era un dovere presentare la candidatura per Procuratore nazionale antimafia. La verità è che l’ esperienza e la professionalità dell’ ex-giudice potrebbero essere preziosissime per il rapido decollo della Superprocura. Comunque, ogni decisione spetta al Consiglio Superiore della Magistratura. Sarà il Csm, in piena autonomia, a valutare, come recita il decreto legge, “le specifiche attitudini, le capacità organizzative, le esperienze maturate nei procedimenti di criminalità organizzata”. D’ altronde saranno i requisiti professionali ad essere decisivi in quanto, secondo il provvedimento del governo, l’ anzianità sarà valutata soltanto ove i primi risulteranno equivalenti. Da questo punto di vista, Falcone sembra non avere rivali. Fino a questo momento, i magistrati che hanno avanzato la loro candidatura sono Antonio Alibrandi, consigliere di Cassazione, ma noto soprattutto per l’ iniquo arresto del governatore della Banca d’ Italia, Paolo Baffi, e del direttore generale Mario Sarcinelli; Francesco Amato, presidente di sezione al Tribunale di Roma, pubblico ministero in molti processi di terrorismo; Giancarlo Armati, pm a Roma (indagò sulla morte di Alfredino Rampi nel pozzo di Vermicino); Domenico Signorino, sostituto alla procura generale di Palermo (rappresentò la pubblica accusa nel primo maxiprocesso alla mafia); Italo Ormanni, sostituto procuratore generale presso la Cassazione. Bisogna, comunque, attendere ancora dieci giorni per conoscere la “rosa” dei magistrati in corsa per la Superprocura. Il termine ultimo concesso per l’ inoltro delle domande è infatti il 19 gennaio. “Se qualcuno presenta domanda oggi in una Corte d’ Assise, come è possibile – spiega Gianfranco Viglietta, componente della commissione incarichi direttivi che dovrà valutare i requisiti degli aspiranti – il plico non arriverà a Palazzo dei Marescialli prima di qualche giorno. Confermo che finora le domande, compresa quella di Falcone, sono sei”. Se per la Procura nazionale antimafia il “valzer delle poltrone”, a meno di clamorosi colpi di scena, è (sembra) scontato, in piena bagarre è la “sfida” che silenziosamente si sta combattendo al Viminale dove, sullo sfondo di un braccio di ferro tra Cossiga e il governo, si deciderà a chi affidare di fatto le nuove strutture che saranno approvate il 21 gennaio dal Consiglio generale per la lotta al crimine. Ancora ieri il capo dello Stato ha ripetuto – lo fa da giorni – che è giunto il momento di trovare “un nuovo modulo per razionalizzare l’ utilizzazione delle tre forze di polizia”. Cossiga (apparentemente) non sembra in disaccordo con Scotti. Come il ministro dell’ Interno si accinge a fare, chiede che il coordinamento avvenga “per compiti, specialità, attribuzioni sul territorio”. E allora qual è la materia del vero contendere che ha convinto il capo dello Stato ad attaccare a testa bassa Scotti con un giudizio che è una condanna: “Le norme sul coordinamento delle forze di polizia sono norme del tutto inadeguate”? Il dissidio, secondo qualificate fonti, non investe la nuova strategia del Viminale, ma gli uomini ai quali affidarla e il potere che gli dovrà essere attribuito. Per Cossiga andrebbe creata “una direzione unitaria, politicamente responsabile, di coordinamento delle tre forze di polizia”. Superiore gerarchico E il capo dello Stato pensa di attribuirla al capo del Dipartimento della Sicurezza pubblica che oggi è anche capo della polizia. Propone dunque di dimezzare le responsabilità di Vincenzo Parisi, di parificare le responsabilità del capo della polizia a quelle dei comandanti dei carabinieri e della Guardia di Finanza. Di fare del capo del Dipartimento della Sicurezza un superiore gerarchico che guidi, controlli e organizzi le tre forze di polizia garantendo anche i carabinieri finora abituati a lavorare in piena autonomia. Cossiga ha già pronto il suo candidato. E’ Enzo Mosino da un decennio suo strettissimo collaboratore. Cinquantotto anni, calabrese di Reggio Calabria, Mosino è stato vice capo ufficio stampa a Palazzo Chigi con il primo e il secondo governo Cossiga. Nominato prefetto, è stato “braccio destro” di Zamberletti durante i terremoti del Friuli e della Campania, stretto collaboratore del prefetto di Palermo De Francesco, dopo la morte del generale Dalla Chiesa. Dal 1985 è al Quirinale, prima consigliere per gli Affari Interni e poi anche responsabile della sicurezza del Presidente. Alle pressioni di Cossiga, Scotti ha resistito come ha saputo e potuto. Il ministro ha anche pubblicamente spiegato che “tendenzialmente le responsabilità del capo del Dipartimento e capo della polizia vanno separate”. “Ma per farlo – ha ricordato – occorre tempo e soprattutto una legge”. “Il governo può agire anche con i suoi poteri di decretazione d’ urgenza, tenendo presente che anche un Parlamento disciolto può sempre riunirsi per esaminare, convalidare o respingere un decreto legge”, gli ha risposto il capo dello Stato deciso a spuntarla.

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