New York, un museo per preservare gli spazi urbani recuperati

A New York non hanno dubbi, preservare centri sociali e community garden è un ordine prima ancora che un piacere. Così la resistenza sociale arriva a Morus, il museo degli spazi urbani recuperati prossimo all’apertura.

NEW YORK – Raccontare anni di housing, centri sociali e giardini comuni dal 1985 ad oggi per evitare che la storia finisca nel dimenticatoio: questo il fine di Laurie Mittelmann e Bill di Paola, cofondatori del progetto Morus, museum of reclaimed urban spaces. Chi è stato a New York avrà sentito parlare dell’East Village e probabilmente avrà anche camminato nelle sue vie particolari, quando i palazzi iniziano a contare meno piani e si viene catapultati in una realtà parallela vagamente portoricana. È così che ci si introduce nel cuore pulsante della New York dei centri sociali e degli orti di quartiere tanto che c’è chi sostiene che tutto questo abbia salvato l’east village, dalla sua decadenza anni ’80. Eppure New York non ringrazia, dato che non ha mai tentato di preservarne l’unicità, così ci penserà Morus.

Laurie e Bill ci raccontano del loro progetto davanti a una tazza di caffé biologico made in Avenue C. Uno sguardo all’incrocio sulla nona strada e si possono vedere contemporaneamente due centri sociali, C-squat e Umbrella House, e ben due community garden. Probabile incontrare anche qualche inquilino: Hassan assomiglia a babbo natale e vive al c-squat da ben 15 anni, più o meno da quando, messe le sue scarpe da globetrotter al chiodo, ha fatto ritorno nella Grande Mela.

 

Non solo housing ma anche pianificazione urbana sostenibile, anche questo è uno dei valori che si trovano alla base del progetto Morus. “Il simbolo vuole essere un connubio dei nostri principi ispiranti – spiega Laurie – il simbolo globale del centro sociale diventa la m di museo, la punta della lancia una pala con cui coltivare la terra”. Passando al lato pratico, i cofondatori sottolineano come non abbiano ricevuto alcun contributo di supporto, “quindi tutto quello che stiamo facendo lo stiamo facendo con le nostre forze – continua Bill – intanto possiamo contare sul supporto del C-squat che ci concederà spazio per l’esposizione del materiale”. Nel museo foto che ricostruiranno quello che era la vita nell’East Village per terminare con un tour fra i vari squat e community garden.

Per chi si chiede ancora quale sia la ricchezza dell’East Village, Bill ha una risposta pronta. “In tutti gli Stati Uniti non c’è zona che si possa neanche lontanamente paragonare ad Alphabet City. Ci siamo spesso chiesti se di questa cosa importasse a qualcuno – continua Bill, spiegando che – secondo me semplicemente non si sono resi conto che ci stavamo si impossessando degli spazi, ma per migliorarli. 25/30 anni fa questo era veramente un cattivo quartiere e quando noi abbiamo iniziato, nel 1985, tutti questi edifici erano veramente in cattive condizioni. Abbiamo salvato questo ghetto dal diventare un cimitero di spazi perduti e mano a mano tutto questo è diventato qualcosa di profondamente politico”.

Eppure non è tutto oro quello che luccica. “Il problema del free housing – racconta Bill – è che ha rovinato quello che era il centro sociale con tutta la sua azione politica. Non fraintendetemi, sono e siamo fieri di accogliere nei nostri spazi qualunque tipo di persona… semplicemente l’assenza di una selezione (concedetemi il termine) comporta spesso una perdita in senso di impegno politico”. Per questo Bill parla un po’ a malincuore di Umbrella House, il suo centro sociale divenuto esclusivamente residenziale.

“Queste forme di resistenza sociale – scrive Christopher Mele nel suo Selling the Lower East Side – avevano una grande valenza simbolica. Trasformando l’ambiente questi movimenti hanno mostrato come il successo del reclamare comune può essere un mezzo per combattere decadenza sia fisica che sociale”. Una rivoluzione da cui prendere spunto?

Pubblicato su Piazza Grande, marzo 2012

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